L’ombelico della
scherma mondiale è un triangolo di case largo non più di 500 metri,
nella parrocchia San Francesco a Jesi. È lo spazio che passa tra le
case di Stefano Cerioni, Giovanna Trillini e Valentina Vezzali. La
pioggia di titoli e di medaglie che si è generata nasce da lontano.
E non è una metafora. Nasce in un campo di prigionia inglese in
Sudafrica: a Zonderwater, che significa senz’acqua.
Lì viene internato Ezio
Triccoli, jesino, richiamato alle armi nel maggio 1940, arruolato nel
26° reggimento di Artiglieria e fatto prigioniero il 10 dicembre a
Sidi El Barrani. Il comandante generale del campo, il colonnello
Hendrik Fredrik Prisloo, unisce alla disciplina un grande rispetto
per i prigionieri, che costruiscono ventidue teatri, edifici in
muratura, trenta chilometri di strade, quindici scuole, e vengono
stimolati a dedicarsi allo sport. Nel campo vengono organizzati
incontri di pugilato, un campionato di calcio, gare di ciclismo, di
atletica, e di scherma.
Triccoli è un uomo
istintivo, che si fabbrica da solo fioretti, spade e maschere
protettive e riesce a portarle in Italia in una valigia costruita con
i barattoli vuoti di marmellata. Ha sperimentato posizioni
rivoluzionarie, come la foettata, la frustata con il fioretto sulla
spalla dell’avversario: con questo colpo Cerioni, oggi tecnico
della nazionale, che ha iniziato a otto anni perché sua nonna
Palmira era amica di Triccoli, avrebbe vinto l’oro olimpico a
Seoul.
