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martedì 20 novembre 2012

Gol e saluto militare: il "caso Mandzukic"


Un braccio teso e un saluto militare per celebrare un gol. Il croato Mario Mandzukic e lo svizzero di origini kosovare Xherdan Shaqiri hanno festeggiato così il gol del vantaggio del Bayern Monaco a Norimberga lo scorso sabato (il match è poi terminato 1-1).

Un'ora dopo la fine della partita, il quotidiano serbo "Blic" ha scritto che Mandzukic e Shaqiri avrebbero celebrato la rete salutando i generali croati Ante Gotovina e Mladen Markač  condannati nel 2011 a 24 e 16 anni per crimini di guerra e crimini contro l'umanità nei confronti della popolazione serba, e assolti dalla Camera di appello del tribunale dell'ONU per i crimini di guerra all’Aia lo scorso 16 novembre.

lunedì 17 settembre 2012

Manchester United-Galatasaray: giallo in Champions League


Mercoledì la prima giornata di Champions League mette di fronte Manchester United e Galatasaray. La mente torna al 1993, quando i turchi mandarono a casa i Diavoli Rossi con l'aiuto, queste le accuse a quasi 20 anni di distanza, di un arbitro corrotto. Un arbitro molto chiacchierato e sospeso a vita quattro anni dopo proprio per aver tentato di addomesticare una partita. Questa storia, però, va raccontata dall'inizio. Torniamo al 20 ottobre 1993



In 52 partite nelle varie competizioni europee, il Manchester United non aveva mai perso in casa. Ma contro il Galatasaray, nell’andata degli ottavi di finale della Champions League 1993-1994, si ritrova a soli otto minuti dalla sconfitta. È passata solo una settimana dallo 0-2 subito dalla nazionale di Graham Taylor in Olanda, uno stop che costerà ai Tre Leoni la qualificazione agli Europei. Dopo aver colpito due pali nel primo tempo, l’Inghilterra cede al destino nella ripresa. Intorno all’ora di gioco si decide tutto. Platt si invola verso l’area, Koeman lo mette giù: l’arbitro, convinto dal guardalinee, assegna solo punizione dal limite (e fa bene, il fallo inizia fuori area) ma avrebbe comunque dovuto espellere Koeman. Due minuti dopo Ince strattona Wouters. È proprio Koeman che batte la punizione e beffa Seaman, piazzato male. Sarà poi Bergkamp a segnare il 2-0 e la fine della gestione Taylor.

domenica 16 settembre 2012

La grande abbuffata: Milan-Atalanta 9-3


Il successo dell’Atalanta a San Siro contro il Milan scuote la terza giornata di campionato.
Qui ricordiamo un altro Milan-Atalanta, un’altra terza giornata, un’altra era. Un giorno che ha fatto la storia. È il 15 ottobre 1972: il Milan batte l’Atalanta 9-3.



“Ad un certo punto anche il tabellone luminoso dl San Siro fece « tilt »: troppi gol, troppi marcatori per cui l'operatore continuò a segnare il nome dì Riverii per tre. quattro volte come se in campo ci fosse soltanto lui”. Inizia così il racconto di Giorgio Gandolfi sulla Stampa di una delle partite più incredibili del campionato italiano, l’incontro con più gol nella storia del nostro calcio. Il precedente primato era dl undici gol ed apparteneva allo stesso Milan (con Ambrosiana. Inter e Genoa), che lo aveva stabilito per ben due volte nel '50-'51: proprio contro IAtalanta (7-4 a Bergamo) e contro 11 Novara (9-2 a Milano). Undici reti erano Infatti state realizzate anche nel '37-'38 In Ambroslana-Barl (9-2) e nel '42'43 In Genoa-Lazio (6-5). La maggiore differenza reti venne invece inflitta dal Torino all'Alessandria nel campionato '47-'48: 10-0 al Filadelfia.

sabato 26 maggio 2012

La Valigia dello Sport diventa un libro


Seconda parte della vita di questo blog. Lo spartiacque è l'uscita del mio primo libro (edizioni Effepi Libri)


La storia del secolo breve riletta attraverso le imprese, i personaggi, le storie dello sport. E' l'obiettivo certo ambizioso di questa raccolta antologica, e dunque senza pretesa di esaustività, che costruisce una controstoria del Novecento. Ogni storia è un punto di vista, un'epifania, che racchiude una Weltanschauung, lo spirito di un tempo e di un periodo storico, cui guardare attraverso la lente e il punto di vista dello sport.

martedì 9 agosto 2011

Donato Bergamini, il calciatore suicidato



Chi era davvero Donato “Denis” Bergamini? E soprattutto, perché è morto? Domande che, dopo 22 anni, ancora non hanno trovato una risposta. Centrocampista di Argenta bello e di talento, da cinque anni giocava a Cosenza, in serie B. È una mezzala sinistra, che copre e costruisce, ma che soprattutto ha polmoni d’acciaio e fiato da vendere, qualità che contano più della tecnica nel calcio di provincia. Esordisce tra i dilettanti emiliani, prima all’Imola, poi al Russi.

Nel 1985 il Cosenza, squadra ambiziosa che sogna di tornare in B dopo 20 anni si accorge di lui. E nel 1988 festeggia davvero la promozione. È il glorioso Cosenza di Gianni di Marzio, in cui Bergamini dà il meglio di sé. Sull’asse Bergamini-Padovano si muovono i sogni di una città per cui la serie A non è più un miraggio. È la stagione più bella nella storia del club, la promozione sfuma solo per la classifica avulsa. In estate il Parma fa di tutto per ingaggiare Bergamini, ma la società rossoblu lo dichiara incedibile e lo conferma per un’altra stagione. L’ultima.

lunedì 1 agosto 2011

We are Genoa: 1992, la conquista di Anfield



C’è l’aria dell’esame di maturità e l’atmosfera della corrida. Le bandiere delle Asturie si confondono con quelle rossoblù in un pomeriggio di settembre a Oviedo. La città aspetta l’evento dell’anno, la conclusione della festa di San Matteo, con i migliori tori e toreri di Spagna in piazza. Ma per il Genoa quello è un giorno speciale per un altra ragione. È il debutto in Europa, almeno quella moderna. I precedenti, infatti, si perdono nel bianco e nero dei filmati dell’Istituto Luce, nella sconfitta a Praga contro lo Slavia nella Coppa dell’Europa centrale. L’avversario non è dei più conosciuti, e questo al tecnico Bagnoli piace: così dobbiamo contare solo su noi stessi, dice. In realtà qualcosa sa: da due settimane, infatti, il suo braccio destro Maddè è a Oviedo per studiare una squadra che due anni prima giocava in serie B e alla vigilia della sfida è quarta in classifica. Cinque punti in tre partite, zero gol subiti e un successo a Barcellona sull’Espanyol lo score. L’allenatore degli asturiani, Irureta, come Bagnoli unisce saggezza e aggressività. Schiera un 5-3-2 roccioso, con Carlos e il romeno ex Fiorentina Lacatus di punta.

giovedì 28 luglio 2011

La seconda scoperta dell'America


Da noi si dice che un uruguaiano a cui non piace il fútbol non è un vero uruguaiano” scrive Osvaldo Heber Lorenzo, uno dei giornalisti sportivi più noti del Paese. Il calcio è nel dna degli uruguayani, come dimostra la storia della famiglia di Diego Forlan: il nonno Juan Corazzo ha alzato la Copa America, il padre Pablo ha alzato la Copa America, Cachavacha ha alzato la Copa America. Una coppa speciale, la numero 15, che fa dell’Uruguay la nazionale più titolata del continente, più del Brasile, più dell’Argentina. Ma questa non è la storia della famiglia Forlan. È la storia di come tutto ebbe inizio. La genesi di un movimento che ha il calcio nel sangue.

lunedì 18 luglio 2011

Alla partita come alla guerra

Delije è un termine che corrispondente a Eroi e nasce da un canto serbo di epoca ottomana che recitava: “gli eroi iniziano la danza di guerra e il rumore si ode a Istanbul”. Identifica anche i tifosi della Stella Rossa di Belgrado, convinti di aver combattuto la prima battaglia nella guerra dei Balcani.

È il 13 maggio 1990, la Stella Rossa affronta la Dinamo Zagabria. Gli ultras croati sono i Bad Blue Boys, BBB, che prendono il nome da Bad Boys, un film del 1983 con Sean Penn ambientato tra la galassia delle bande giovanili americane.

La loro reputazione di tifosi violenti cresce. Ma, come scrivono sul loro sito, “non importa prendere botte se è per provare l’amore per il club. La Dinamo era ed è qualcosa di sacro”. Talmente sacro che hanno edificato un altare dietro una delle tribune, per i tifosi scomparsi.

Fuori dallo stadio Maksimir, scrive Jonathan Wilson in Behind the curtain, “c’è una statua che raffigura un gruppo di soldati. Sul piedistallo è scritto: Ai tifosi di questo club, che hanno iniziato contro la Serbia su questo campo il 13 maggio 1990”.

Una settimana prima si erano concluse le elezioni, che si svolsero con un sistema maggioritario che favoriva in modo esponenziale il partito che prendeva più voti, che avevano visto trionfare l’HDZ, un partito conservatore di destra, profondamente nazionalista, che predicava valori basati sul Cattolicesimo mescolati con tradizioni storiche e culturali, in genere, che nella Jugoslavia comunista non potevano esprimersi al meglio (molti ex comunisti passarono all'HDZ piuttosto che al partito erede del partito comunista cha alle prime elezioni democratiche in Croazia cambiò il nome in Partito dei cambiamenti Democratici, considerando che la Lega dei Comunisti Croati aveva deciso di passare al sistema democratico di propria volontà senza che vi fossero forti pressioni di piazza). Lo scopo era di conseguire l'indipendenza dello stato croato.

Franjo Tudjman, presidente del Partizan negli anni Cinquanta, diventa presidente della Croazia. Un anno dopo la Dinamo Zagabria cambia nome in HASK Gradanski (che deriva dalle due squadre dall’unione delle quali era natala Dinamo nel 1945) e nel 1993 cambia ancora in NK Croazia Zagabria. Tudjman si oppone al ritorno al nome Dinamo perché considerato troppo comunista (nel mondo sovietico, Dinamo era il nome che identificava le squadre della polizia). I tifosi della squadra, i Bad Blue Boys, sostengono che attraverso quel nome hanno difeso l’orgoglio croato nella Jugoslavia comunista. Il club torna alla vecchia denominazione nel 1999, due mesi dopo la morte di Tudjman e la sconfitta dell’HDZ alle elezioni.

Il suo uso della sahovnica, l’emblema a scacchi bianchi e rossi un tempo simbolo degli Ustase, i croati fascisti che avevano collaborato con i Nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, sembrava una provocazione. Non ha mai nascosto il suo nazionalismo: “Grazie a Dio mia moglie non è ebrea né serba” ha detto una volta.
Anche la Repubblica Serba è governata da un leader rampante, nazionalista e fortemente estremista: Slobodan Milosevic.

Alle prime elezioni libere del 7 maggio 1990 proprio l’HDZ ottiene una larghissima maggioranza parlamentare, al termine di una campagna elettorale impostata su toni di feroce contrapposizione nei confronti della Repubblica Serba, di fatto la nazione accentratrice, governata a propria volta da un leader rampante ugualmente nazionalista ed estremista: Slobodan Milošević.

In questa atmosfera già surriscaldata al limite del parossismo, il 13 maggio si sfidano il simbolo dell’orgoglio croato, la Dinamo, e l’immagine del nazionalismo serbo, la Stella Rossa di Belgrado. La violenza è inevitabile.
Al di là delle molte versioni, la violenza era premeditata: i Delije conservano massi, usano acido per tagliare le barriere di sicurezza. Ma, come ricorda il giornalista americano Franklin Foer in How football explains the world, i Bad Blue Boys fanno praticamente lo stesso.

Sembra che i Delije abbiano portato anche una serie di targhe serbe che hanno attaccato sopra quelle croate sulle auto locali spingendo i BBB a distruggerle.

Il capo di Delje, ancora non confluiti nei gruppi paramilitari delle Tigri (erano a Vukovar, nel 1991, quando centinaia di croati furono presi di forza dagli ospedali, trascinati nei campi e uccisi), è Željko Ražnatović, ma tutti lo chiamano col nome di battaglia: Arkan.

Chi è Arkan
Figlio ribelle di un colonnello dell’Aeronautica di Tito, viene arrestato per la prima volta a 17 anni e condannato a tre anni di detenzione in una prigione minorile. Uscito di prigione, Arkan si sposta in Europa occidentale e inizia una “carriera” come rapinatore di banche. Viene arrestato in Belgio, Olanda, Germania ma riesce sempre a scappare. Diventa una figura mitica: una volta, per far liberare un suo complice, si presenta nell’aula di tribunale e punta una pistola in faccia al giudice. Noto, contrariamente a molti altri criminali, per essere astemio, nel 1986 torna a Belgrado: apre una pasticceria di fronte allo stadio Marakana, compra una Cadillac rosa e lavora più apertamente di prima per il Servizio di Sicurezza jugoslavo (UDBA).

Nello stesso anno i membri dell’Accademia serba delle Arti e delle Scienze pubblicano un memorandum per esprimere la loro insoddisfazione verso la posizione riservata ai serbi nella costituzione jugoslava e Slobodan Milosevic diventa il leader del Partito Comunista serbo. Un anno dopo Milosevic è presidente della Serbia. I tifosi, che avevano portato con onore immagini di Vuk Draskovic, scrittore dissidente e leader del Movimento di Rinnovamento Serbo, appoggiano la sua politica. Milosevic, però, conosce i rischi delle loro anarchiche passioni e chiede a Jovica Stanisic, allora capo della sicurezza dello stato, di convincere Arkan a controllare la violenza dei tifosi della Stella Rossa. Arkan capisce che la Stella Rossa può essere per lui quello che il Real Madrid era stato per Francisco Franco: una forza di potere e di influenza nella società.

Abbiamo allenato i tifosi senza le armi” ha detto Arkan, secondo quanto rivela Jonathan Wilson in Behind the Curtain. “Ho insistito fin dall’inizio sulla disciplina. Ai nostri tifosi piaceva bere, fare casino. Io ho fermato tutto questo, immediatamente. Li ho convinti a tagliarsi i capelli, a radersi tutti i giorni, a smettere di bere”. Così una banda di hooligans è diventata i Delije, uno dei gruppi di tifosi più temuti d’Europa.

Ma non fa solo questo. Controlla la vendita di biglietti, organizza le trasferte e, se necessario, minaccia gli arbitri. Fa costruire una casa in marmo e vetro fumé con antenne paraboliche sul tetto proprio di fronte allo stadio. E inizia anche a organizzare le Tigri, i suoi gruppi nazionalisti paramilitari per andare a combattere in Kosovo e Croazia. I suoi “soldati” si danno al saccheggio, costituiscono compagnie monopolistiche per il commercio di alcol e sigarette e così guadagnano più di gran parte dei cittadini serbi. Le Tigri arrivano in maggioranza dalla curva nord del Marakana, cui si aggiungono molti tifosi del Partizan, i Becchini.

Un tifoso della Stella Rossa, Dejan Vukelic, ha raccontato a Jonathan Wilson che viveva in Cina all’epoca della prima guerra dei Balcani. Decide però di tornare in patria per unirsi all’esercito jugoslavo ma lo trova in pieno caos. A quel punto viene a sapere dei campi di allenamento di Arkan. “Da nazionalista credevo fosse mio dovere essere lì. All’inizio la disciplina e l’ordine mi hanno impressionato. Era essenziale l’enfasi sulla pulizia etnica dei croati e dei musulmani dal territorio serbo. Ma non sono stato testimone delle atrocità o dei comportamenti criminali di cui parla la stampa occidentale

Quel giorno a Zagabria...
Al Maksimir, i Bad Blue Boys non vogliono essere da meno degli odiati nemici e iniziano a intonare una serie di cori di provocazione per preparare il terreno alla rissa. Quando dagli altoparlanti l’annunciatore comincia a recitare le formazioni, la situazione degenera. La polizia non può fare nulla per contenere i tifosi serbi che scavalcano le deboli recinzioni e invadono l’anello superiore della curva distruggendo tutto quello che incontrano. La milicija li guarda lanciare in aria cartelloni e sedie di plastica mentre qualche temerario tifoso croato tenta di sfidarli.

Arrivano nel settore belgradese, ma sono in inferiorità numerica e negli scontri corpo a corpo i calci e i pugni presi sono più di quelli dati. Ma altri si aggiungono: rompono le recinzioni e invadono in massa il campo. La “guerra in miniatura” si sposta presto dagli spalti in campo. Molti giocatori scappano negli spogliatoi. Non Zvonimir Boban, che si avventa su un poliziotto e gli grida: “Vergognatevi. State massacrando i bambini”. L’agente lo colpisce due volte urlando: “Brutto figlio di puttana. Sei come tutti gli altri!” A quel punto Boban reagisce d’istinto e con una ginocchiata gli frattura la mascella. Per la Croazia, lui diventa un eroe mentre il poliziotto è il simbolo del declino dell’oppressione serba. Anche se quel poliziotto non era nemmeno serbo, ma un bosniaco musulmano che anni dopo dirà di perdonare il gesto di Boban e di comprenderne le ragioni.

Anni dopo, Boban dirà: “Ero un volto pubblico, ma ero preparato a rischiare vita carriera e tutto quello che la fama mi avrebbe potuto portare per una causa ideale, la causa croata”. Boban viene sospeso dalla Federazione jugoslava per sei mesi ed è costretto a saltare i Mondiali del 1990. La sua foto mentre colpisce il poliziotto fa il giro del mondo. Per dieci giorni deve scappare, cambia rifugio ogni notte per evitare i rastrellamenti della polizia. Ma viene comunque arrestato e processato. “Ma al processo tentarono l' ultimo sporco imbroglio presentando una videocassetta dell' incidente contraffatta. Era stata montata in modo che io sembrassi l' aggressore e il poliziotto la vittima. Mi diedi da fare, recuperai la cassetta originale presso una Tv tedesca e riuscii a cavarmela smascherando l' imbroglio”.

Zvone viene squalificato per nove mesi (ridotti a 4) e deve saltare Italia ‘90, l’ultima manifestazione calcistica cui partecipa la Jugoslavia unita. Il 3 giugno 1990, a Zagabria, la nazionale jugoslava affronta l’Olanda nell’ultima amichevole pre-mondiale: il pubblico si schiera per Van Basten e compagni e urla un solo nome, quello di Zvonimir Boban. Senza mai nascondere la sua fede nazionalista e la sua vicinanza al presidente della repubblica Franjo Tudjman, che considera il più grande eroe della storia croata, Boban ha improntato la sua leadership nella nazionale attraverso una innegabile impronta politica. “Facendo bene il mio mestiere” ha detto “posso essere utile come chi ha combattuto al fronte”.

Il suo calcio al poliziotto scatena l’inferno. I più temerari tra i BBB riescono ad arrivare nel settore opposto del Maksimir e rubare gli striscioni della tifoseria della Stella Rossa, che agitano in aria come insegne di guerra. A questo punto anche la Milicija è costretta a passare in azione. Estraggono i manganelli, lanciano i lacrimogeni, fanno entrare i vecchi veicoli anti-incendio. Riescono a domare, almeno un po’, i tremila Delije ma non i più numerosi Bad Blue Boys che si danno alla guerriglia dentro e fuori lo stadio.

La partita, alla fine, non si gioca. Tra i settanta minuti di battaglia dentro lo stadio e le tre ore per le strade della città, si contano 59 tifosi e 79 agenti feriti, 17 tram e decine di auto devastate, 132 tifosi arrestati.
L' agenzia di stampa jugoslava Tanjug racconta che i tifosi hanno eretto barricate nelle strade, devastato un' auto della polizia, tre tram e hanno incendiato una jeep. La polizia è accusata di non essere intervenuta subito con decisione. Tifosi e giocatori serbi sono rimasti assediati dagli avversari nello stadio e hanno quasi distrutto l' impianto, mentre diverse centinaia di tifosi della Dinamo si riuniscono nella piazza centrale di Zagabria, cantano l' inno nazionale croato e inneggiano a Franjo Tudjman. I giornali jugoslavi cercano di minimizzare la portata nazionalista degli scontri e puntano il dito contro gli animi accessi di calciatori e tifosi. I giornali accusano le autorità di non essere riuscite prevenire gli incidenti mentre i politici si affannano a negare la matrice etnica degli scontri, mentre il quotidiano di Belgrado Politika si è limitato a scrivere che questo è uno dei momenti più amari della storia del calcio jugoslavo.

Ma per Neven Andjelic, autore di Bosnia-Erzegovina: la fine di un’eredità, “è stato il match più importante nella storia della Jugoslavia. Ha implicazioni politiche ed è un segno chiaro che anticipa la violenza e la guerra che presto sarebbero arrivate”.

venerdì 15 luglio 2011

Hornets, this is your song

Qualche volta, il calcio rivela tutta la sua magia. Perché, qualche volta, i pesci piccoli riescono a mangiare i pesci grandi. E questo è il racconto di una di quelle occasioni. È il racconto di una stagione irripetibile. La storia del primo, storico, indimenticabile campionato di First Division del Watford. È il 1982-83, l’anno in cui volano i Calabroni.

Nel 1977 il primo tifoso del Watford diventa presidente della squadra dei suoi sogni. Non è un presidente qualunque, perché non è un tifoso qualunque: è Elton John. La sua prima mossa è scegliere come allenatore Graham Taylor, che a 27 anni era diventato il più giovane coach con patentino della FA, e gli offre un contratto quinquennale. Il Watford langueva in quarta divisione, era stato al massimo in seconda serie per tre anni. Taylor gli chiede: dove vuole che arriviamo nei prossimi cinque anni? Risposta: voglio vedere il Watford in Europa.

Negli anni Settanta, Taylor è l’allenatore più radicale di tutta Gran Bretagna: propone una versione evoluta del “kick and rush”, calcia e corri. Come hanno già dimostrato in passato Stan Cullis e una serie di manager a partire da Herbert Chapman, è impossibile per una squadra arrivare al successo se tutto quello che i giocatori fanno è lanciare la palla in avanti senza senso. “Quando un passaggio lungo diventa una palla lunga” si chiede Chapman.

Il nostro stile era basato sul pressing. Così, anche se il terzino destro era in possesso del pallone nella sua metà campo, noi andavamo a pressarlo. Giocavamo un calcio ad alto ritmo, perciò dovevamo essere in perfetta condizione fisica. Quando il punteggio è sullo 0-0 con tre o quattro minuti da giocare, i giocatori che fanno? Lanciano la palla in avanti e i giocatori cercano il pallone. Ma allora perché non farlo dai primi minuti, se i giocatori sono in perfetta forma?”.

Matura la sua concezione del pressing grazie ad alcuni articoli pubblicati sulla rivista della FA su Viktor Maslov, lo storico allenatore della Dinamo Kiev degli anni Sessanta, precursore della scientificità di Valerij Lobanovskij e del calcio totale olandese. Arriva alla Dinamo Kiev nel 1964, quando in Unione Sovietica, dopo il successo della nazionale agli Europei di quattro anni prima, dominava il 4-2-4. Maslov studia il Brasile del 1958 e riconosce l’importanza di far arretrare uno degli attaccanti per creare un centrocampo a tre, se necessario. E spinge l’idea ancora più in là, introducendo il 4-4-2 anni prima di quello che da molti è considerato il pioniere di questo modulo, Sir Alf Ramsey.

Con la Dinamo vince tre scudetti di fila, nel 1966, 67 e 68 e la coppa nazionale nel 1966: in sostanza, sposta da Mosca a Kiev la capitale del calcio sovietico. Il modulo, comunque, non è l’unica rivoluzione che porta la sua firma. “La marcatura a uomo umilia, insulta, opprime moralmente chi vi ricorre” ha sempre sostenuto. Maslov è l’uomo che inventa la zona. Pone un enfasi crescente sull’organizzazione totale in ogni zona del campo, in fase di possesso e di non possesso, nega libertà di movimento agli avversari con il brillante posizionamento degli uomini, costruisce la manovra prendendo l’iniziativa in zone inattese del campo.

È anche il primo allenatore a porre grande attenzione alla preparazione fisica e alla nutrizione dei giocatori, perché un tale stile di gioco richiede una forma fisica perfetta per essere efficace. Esattamente come il “kick and rush” evoluto professato da Graham Taylor.

Alla prima stagione, il suo Watford domina la Fourth Division, che vince con 71 punti, 11 in più della seconda, il Southend United. È il record assoluto per la divisione, a tre dal primato in Football League fatto registrare dal Lincoln City, allenato sempre da Taylor, nel 1975-76. Quell’anno segna una serie di altri primati per la storia del club: maggior numero di vittorie sia totali (30) che in casa (18) che in trasferta (12) e maggior numero di gol segnati fuori casa (42).

In questa prima stagione della gestione Watford, Taylor acquista Ian Bolton, il centrocampista su cui costruirà le sue fortune e che diventerà capitano degli Hornets. “Quando sono arrivato al Watford” ha spiegato in un’intervista, “Graham Taylor portava con sé un grande libro di tattiche. Il concetto base era che se la palla era nella metà campo avversaria, loro non potevano segnare ma noi sì. Taylor guardava quanti tiri e quanti cross riuscivamo a fare, perché se non attacchi non tiri e se non tiri non segni”. Bolton si è subito ambientato in questo “gruppo di giocatori che avevano qualcosa da dimostrare, un po’ come la sporca dozzina”. Taylor, che lo considerava superiore a Glenn Hoddle, l’ha impiegato in diverse posizioni ma lui preferiva giocare da numero 6, da difensore.

Taylor fa anche un’altra mossa coraggiosa, che avrà un impatto notevole nel futuro della squadra: promuove dalle giovanili Luther Blissett.

E' stato un compagno di squadra, Paul Kitson, a portarlo a una sessione d’allenamenti per giovani promesse organizzata dal club. Dopo due settimane, Blissett partecipa a un test amichevole, contro l’U-17 del Southend. Il Watford vince 3-1 e lui segna due gol: con gli Hornets è amore a prima vista.

Quello che Taylor ha portato” ha detto Blissett in un’intervista, “era un pensiero semplice: giocare in base alle nostre forze. E la forza della nostra squadra erano gli attaccanti e le ali. Perciò quello che la squadra cercava di fare era portare il pallone in zone da cui potevamo segnare. Ogni nostra partita era eccitante da guardare e da giocare perché giocavamo sempre per vincere. Contro di noi i difensori dovevano sempre essere concentrati al massimo e spesso non ci riuscivano. In più, non sempre capivano quello che avremmo cercato di fare e dunque non sapevano esattamente cosa fare per fermarci”. Blissett diventerà il giocatore con più presenze e più gol segnati nella storia del club. Ma Blissett, che segna 95 gol in 245 partite al Watford, ne sbaglia almeno altrettanti e si guadagna il soprannome di “Miss it” (Sbaglialo) che lo accompagnerà, per di più senza la stessa vena realizzativa, nella parentesi al Milan.

Nella stagione successiva il Watford si ripete. Grazie alla perfetta organizzazione di gioco e ai gol di Ross Jenkins, capocannoniere con 29 reti, gli Hornets ottengono la seconda promozione consecutiva. Chiudono la stagione al secondo posto con 60 punti, a una lunghezza dalla capolista, lo Shrewsbury Town, e una di vantaggio dalla quarta, il Gillingham.

Il tris immediato non riesce. La prima stagione di Second Division si conclude con una salvezza tranquilla, con sette punti di vantaggio sul Fulham, la prima retrocessa. Il dichiarato obiettivo di arrivare in First Division non riesce nemmeno l’anno successivo. Il Watford gioca bene ma non va oltre il nono posto, a 43 punti, sette in meno dello Swansea, che chiude terzo e aggancia l’ultimo posto utile per la promozione. È l’anno del West Ham, che ha vinto l’FA Cup del 1980 contro il Liverpool e torna in massima serie spinto dai 22 gol di David Cross.

Ma alla terza stagione consecutiva in Second Division i Calabroni volano nell’élite del calcio inglese. Vincono 23 partite su 42, chiudono secondi con 80 punti grazie ai 25 gol di Blissett, al genio di John Barnes e alla velocità di Nigel Callaghan.

Il 4-4-2 è il modulo principe, anche se in alcune occasioni poteva ricordare più il 4-2-4 del Brasile 1958 e nella prima stagione in First Division in qualche match Taylor ha giocato col 3-4-3. Una squadra così offensiva crea problemi ai centrocampisti offensivi avversari: seguire terzini e ali arretrando o lasciarli liberi?

Al debutto in First Division il Watford vince 2-0 contro l’Everton. Alla seconda, arriva anche la prima vittoria in trasferta, 4-1 sul campo del Southampton. Contro i Saints era arrivata la famosa rimonta in Coppa di Lega nel 1980 con gli Hornets capaci di passare il turno vincendo 7-1 in casa dopo aver perso 4-0 all’andata. Con Elton John in tribuna, il Watford domina la scena. Nigel Callaghan segna una doppietta e serve l’assist a Gerry Armstrong prima della rete definitiva segnata di testa da Jenkins. Per Peter Shilton, al debutto casalingo con la maglia dei Saints, è un giorno da dimenticare.

Alla quinta giornata, il 12 settembre, arriva il quarto successo nelle prime cinque giornate: 3-0 al West Bromwich, con doppietta di Blissett e gol di Les Taylor. Il 3-3 tra Luton e Liverpool porta il Watford in testa alla classifica grazie alla miglior differenza reti rispetto a Manchester City e Manchester United.

Il 25 settembre 1982 è una data che i tifosi degli Hornets non dimenticano facilmente. Il Watford batte il Sunderland 8-0: è la vittoria più larga nella storia del club, che arriva nella settima partita della sua storia in First Division. Eppure il Sunderland all’epoca non è una squadra così debole, può vantare giocatori come Barry Venison, Ally McCoist e Jimmy Nichol e sfiora il gol in avvio. Ma il Watford è inarrestabile. Segna quattro gol per tempo in quello che rimarrà come il giorno più bello per Luther Blissett. Due settimane prima un gol annullato per fuorigioco gli aveva impedito di festeggiare la prima tripletta in First Division. Ne segna 4 al Sunderland, annichilito anche dalle doppiette di Jenkins e Callaghan.

L’isteria mediatica intorno al Watford e al loro modo di giocare snobbato dalla stampa inizia davvero a novembre, dopo l’1-0 al White Hart Lane. La prima trasferta in campionato sul campo del Tottenham coincide con il ritorno di Glenn Hoddle nel centrocampo degli Spurs dopo un infortunio. I padroni di casa cercano riscatto dopo essere usciti al secondo turno in Coppa delle Coppe dopo l’1-4 contro il Bayern nella nebbiosa notte di Monaco.

Gli Hornets, sesti in classifica alla vigilia del match, sono spinti dalla passione di 9 mila tifosi. Gli Spurs soffrono a centrocampo, Hoddle è sovrastato dall’energia di Kenny Jackett e del match-winner Les Taylor. Bolton, schierato in difesa, è sontuoso e non concede quasi nessuna punizione in posizione pericolosa pur dovendo fronteggiare due attaccanti di livello come Crooks e Archibald. Sulle fasce gli Hornets dominano e conquistano ben 19 calci d’angolo.

Gli Spurs, anziché sfruttare le loro maggiori qualità di palleggio non fanno altro che lanciare lungo per le punte che però si aspettano di ricevere il pallone tra i piedi. Ma qualche buona occasione arriva. Sherwood, il portiere ospite, salva su Crooks e Hoddle nel primo tempo e due volte su Archibald nel secondo. Si gioca a un ritmo altissimo.

E nell’ultimo quarto di gara la pressione ospite si fa ancora più forte. Clemence nega il gol a Blissett, Barnes e Callaghan. Poi, su una rimessa lunga di Blissett, Jenkins evita due avversari e tira, Clemence respinge ma Taylor è più veloce di tutti e fa esplodere lo spicchio di tifosi ospiti.

La vittoria finale è accompagnata, però, da un coro di critiche. Taylor e Jackett sono accusati di tackle irrispettosi su Hoddle. Burkinshaw, manager del Tottenham, dichiara: “Io non giocherò mai come loro”.

Passano venti giorni e il Watford si ripete dando un altro “colpo” ai puristi: si impone 4-2 ad Highbury sull’Arsenal di Don Howe. Come la stampa commenterà il giorno dopo, il Watford ha fatto di tutto per vincere, le stelle dei Gunners invece hanno aspettato che le cose succedessero. Nel primo tempo l’Arsenal si vede annullare un gol probabilmente buono (su un calcio di punizione Rostron va a sbattere contro Sherwood e permette a Sunderkand di segnare a porta vuota, ma l’arbitro non concede il gol vedendo una spinta di O’Leary su Rostron). Il Watford ci prova con Barnes, che di testa mette alto, ma al 39’ l’Arsenal passa in vantaggio. Rostron batte una rimessa laterale, Jacket si fa rubare palla da Talbot che taglia il campo con un passaggio di 30 metri verso Tony Woodcock bravo a far filtrare verso Robson che di prima, dal limite, batte Sherwood. Il vantaggio dura tre minuti. Rinvio di Sherwood, sponda di Jenkins, la difesa dell’Arsenal non è preparata ad essere messa così presto sotto pressione, Blissett raccoglie e vede l’inserimento di Barnes che conclude e pareggia anche grazie alla deviazione di White. Wood è battuto: 1-1.

Quando sono trascorsi quattro minuti dall’inizio della ripresa Jackett conclude dalla distanza, la palla sta per finire fuori ma sbatte sulla gamba di Blissett: 2-1 Watford. Sherwood sale in cattedra: splendido il salvataggio per alzare sulla traversa il tiro di Robson, poi si ripete su Sunderland e sullo stesso Robson. Ma in contropiede il Watford è implacabile. Rice apre per Callaghan che di prima vede il movimento di Jenkins in area; il portiere Wood esce e lo anticipa, ma sul pallone arriva Barnes che lo scavalca con un pallonetto e segna a porta vuota.

I Gunners non ci stanno e al 74’ accorciano. Cross di Davis, Talbot si inserisce alle spalle della difesa e gira tra le gambe di Sherwood. L’Arsenal insiste, si gioca senza un attimo di tregua. Ma l’ultimo gol è ancora del Watford. Blissett anticipa O’Shea e allarga per Barnes, il suo diagonale viene deviato da Robson che, per anticipare Jenkins, scavalca Wood. Autorete e partita finita. “Da quanto tempo” si chiederà Taylor a fine partita, “i tifosi non vedevano sei gol ad Highbury?”. Almeno dagli anni Cinqunta.

Dicembre, però, non è un gran mese per gli Hornets che chiudono l’anno solare 1982 al sesto posto. Gennaio si apre con il pareggio a Brighton e la vittoria sil Manchester City. A febbraio gli Hornets vincono a Swansea, che hanno impiegato un anno meno del Watford a passare dalla Division 3 alla Division 2. Nel 1979 John Toshack, dopo un pareggio a Vicarage Road, disse: “Dovremmo battere squadre così”. Per i tifosi dei Calabroni vincere in Galles ha il sapore dolce della vendetta.

Ma a febbraio arriva soprattutto il successo interno sull’Aston Villa, i campioni d’Europa in carica che avrebbero affrontato la Juventus in Coppa Campioni il successivo mercoledì. I Villans sono quinti in classifica, gli Hornets secondi dietro il Liverpool. Si gioca su un campo zuppo, la pioggia non ha risparmiato la città nelle 24 ore precedenti. Solo una settimana prima, l’Aston Villa aveva eliminato i Calabroni dall’FA Cup. Ma al Vicarage Road il match è dominato dal Watford. Blissett firma il vantaggio con una conclusione dal limite. Ma Walters pareggia con un pallonetto da fuori area approfittando di uno dei rari errori di Bolton.

Al 90’ il punteggio è fermo sull’1-1. Wilf Rostron tenta una conclusione disperata, ma la palla scheggia il palo ed esce. Rinvio del portiere, che colpisce male. La palla si impantana nel fango a circa 25 metri dalla porta. Rotola verso Rostron che senza pensarci tira. È un gol spettacolare. Il portiere avversario Nigel Spink non ha la minima chance di arrivarci. Davanti agli occhi di Elton John arriva una delle vittorie più memorabili di una stagione incredibile. In primavera il Watford continua a dare spettacolo in casa: 5-2 al Luton, 5-3 al Notts County, ma balbetta in trasferta.

Il 19 aprile il Liverpool si laurea matematicamente campione d’Inghilterra, ma gli Hornets possono ancora inseguire l’Europa. E l’Europa arriva. All’ultima giornata il Watford affronta in casa i neo-campioni allenati da Bob Paisley, il manager di maggior successo nella storia del campionato inglese, che in nove anni ad Anfield ha vinto sei scudetti, tre Coppe dei Campioni una Coppa Uefa e tre Coppe di Lega. Ma l’ultimo titolo è arrivato prestissimo, con sette giornate d’anticipo. Nelle successive sei partite prima della trasferta conclusiva a Vicarage Road, i Reds hanno ottenuto due pareggi e quattro sconfitte.

Dopo 49 minuti il Watford è avanti 2-0. Blissett, già pericoloso con un colpo di testa che Grobbelaar devia in angolo, firma l’assist per il vantaggio. Ed è straordinario che a firmarlo sia Martin Patching. I legamenti del ginocchio destro del 24enne difensore si sono rotti in maniera così grave che i dottori gli hanno detto che in un solo caso, un rugbysta dilettante, il recupero è stato talmente positivo da consentire un ritorno all’attività sportiva. Patching chiede la compensazione alla Lega e compra un pub a Potten End, un villaggio dell’Hertfordshire. Ma Taylor lo convince a non lasciare il calcio: così Patching può mettere anche il suo sigillo su una stagione da leggenda.

Il secondo gol è abbastanza fortunoso. Franklin, alla prima presenza stagionale, lancia verso Barnes che mette in mezzo per Blissett, solo contro tre avversari. In qualche modo, però, il caraibico riesce a far carambolare il pallone alle spalle di Grobbelaar.

Il gol di Johnston, di testa, non adombra la festa. Il Watford chiude al secondo posto, in quello che è ancora oggi il miglior piazzamento di sempre della squadra. Elton John e Graham Taylor hanno mantenuto la promessa. In cinque anni, i Calabroni sono volati in Europa.


giovedì 20 maggio 2010

Le più belle partite dei Mondiali: 1970

Italia-Germania Ovest 4-3



“Il vero calcio rientra nell'epica... la corsa, i salti, i tiri, i voli della palla secondo geometria o labile o costante”. Inizia così Gianni Brera il suo pezzo di commento alla “partita del secolo”, regalo di un gol all'ultimo respiro del milanista di Germania dall'aria schiva Schnellinger. Senza la sua deviazione al 92' all'Azteca non si sarebbero giocati i supplementari, quei 30 minuti di corsa, salti, tiri, voli della palla a geometria variabile che hanno convinto i messicani a costruire un monumento all'Azteca per ricordare che davvero quella partita si era giocata, e si era giocata a quasi 3 mila metri di altezza, dove c'era da calcolare l'effetto della diminuita densità atmosferica, la fame di ossigeno, la diminuzione della velocità dell'aria in quota, che può influenzare la traiettoria di lancio di alcuni attrezzi. E l' effetto Magnus, ovvero l' effetto di slittamento delle molecole sulla superficie del pallone, che ruota in senso contromarcia o in senso a favore del moto.